Assemblea sindacale a Prenestina: un intervento

riceviamo e pubblichiamo

Intervento di Stefania Fagiolo all’Assemblea Unitaria del Sindacato il 3 dicembre 2013

Il 18 marzo del 1843 veniva pubblicato il Manifesto del Partito Comunista il cui incipit è “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”. Oggi possiamo sostituire alla parola comunismo quella di liberismo. Questo spettro del liberismo che si è insediato in tutti i governi mondiali ci vuole convincere che il pubblico è finito e non funziona, mentre il privato è vincente e funziona.

Siamo sotto il ricatto di questo ritornello ormai da parecchi anni e per lui abbiamo in parte rinunciato alla nostra principale azione che è quella di analizzare, proporre, tutelare e ampliare la garanzia dei diritti e doveri di ogni lavoratore. Sono 6 anni che il nostro contratto è scaduto e se facciamo lo sciopero senza il rispetto delle fasce siamo soggetti a sanzione,come è accaduto agli autisti di Genova. Mi chiedo e vi chiedo ma siamo sicuri che la multa la meritano i lavoratori che oggi sono di Genova ma domani potrebbero essere di Roma? Noi il patto lo rispettiamo e lo abbiamo rispettato, ma la controparte che da anni non lo rispetta è sanzionabile? Sono domande a cui non riesco a darmi una risposta, perchè viviamo in una società che è sempre più ingiusta e che trova facile e conveniente spremere soltanto chi, come noi, per fortuna non è precario e viene tassato alla fonte.

Le privatizzazioni nel nostro Paese sono iniziate negli anni novanta e sono durate circa un decennio. E in quel lasso di tempo si è compiuta un’operazione gigantesca di smantellamento del sistema di economia mista. La corsa alla privatizzazione ha cercato di convincerci che la concorrenza è utile e che avrebbe diminuito il debito pubblico, ma il rapporto debito/Pil dal 1992 al 2001 è passato dal 105% al 108%. Quindi non solo non è diminuito il Pil ma è calata l’occupazione, sono peggiorati i diritti e le condizioni contrattuali dei lavoratori. Affidarsi al mercato non solo non ha migliorato i servizi ma ha diminuito l’offerta. Abbiamo perso e stiamo perdendo le imprese più importanti della nostra economia (Telecom, Alitalia, Fiat, solo per citare le più grandi. E la maggior parte delle aziende che restano sono al collasso, come la nostra, una delle più grandi aziende del trasporto europeo, almeno per i numeri. Perchè tutto questo? La prima cosa che mi viene in mente è che chi ha governato fino ad oggi non ha neanche provato a fare un progetto di economia del paese che tenesse insieme la tradizione e riuscisse a guardare fuori con lungimiranza. I governi che si sono succediti in questi 20 anni hanno improvvisato su tutto, hanno svuotato di significato la parola riforma e non si sono mai preoccupati di dare vita ad un  piano industriale in grado di garantire le eccellenze e i servizi del nostro sviluppo. Anche  in Atac, dopo la drammatica fusione con la parentopoli, si è arrivati solo nel 2011 all’accenno di un piano industriale. Un piano traballante sia per la scarsa attenzione al servizio che forniamo sia per i troppi ed inutili dirigenti che in questi anni sono arrivati in azienda. Sono passati in cinque anni ben 6 amministratori delegati. Hanno ingigantito a dismisura posti e incarichi svuotando le casse di un’azienda in crisi. Lo sdegno non è per quanto prendono, ma è che prendono tanto e non raggiungono gli obiettivi. E la discontinuità con il passato, richiesta a gran voce da tutti con il voto al nuovo sindaco di Roma, stenta a farsi strada.  A fronte di una maggiore richiesta di mobilità la risposta è stata quella dello spreco delle poche risorse, che sono sempre minori e sempre più incerte. E su questo dobbiamo tutti chiedere un intervento straordinario. Avere certezza delle risorse da destinare al trasporto e chiedere un aumento che finora non c’è mai stato.

Siamo sicuri che solo il privato sarà in grado di superare tale disastro? Io dico di no e lo dico con nettezza. Perché laddove il privato è arrivato ha prima di tutto tagliato servizi e peggiorato le condizioni del personale. Un’azienda pubblica il servizio lo fornisce anche nelle zone in cui non vi è un profitto economico, perché il pubblico non deve fare profitto ma deve fornire un servizio alla comunità in modo sicuro ed efficiente. Questa è la nostra missione. Io vorrei insieme al mio sindacato intraprendere una strada alternativa a Trenitalia che ha diviso il Paese in due. Da una parte i vip che possono spostarsi da Roma a Milano in 3 ore, e dall’altra i pendolari che si mangiano le ferie per sopperire ai ritardi dei guasti continui sulle tratte regionali. Questo è il vero volto, della privatizzazione, che non è più uno spettro ma agisce liberamente perché noi glielo permettiamo.

Noi dobbiamo dire no a questo disegno. E lo dobbiamo fare con una forza e una determinazione più netta rispetto al passato. Dobbiamo mettere in campo un’iniziativa nazionale e nei territori su cui far convergere le tante forze e soggettività nel mondo del trasporto come in quello associativo in nome di una battaglia per affermare il bene comune della collettività. Penso al movimento dell’acqua bene comune. Essere determinati nel portare avanti il disegno dell’Agenzia unica del Trasporto, che metta insieme ferro e gomma salvaguardandone le specificità ma razionalizzando e ampliando l’offerta.Non dobbiamo stare in finestra ad aspettare un’altra Genova, ma giocare d’anticipo e avviare un’azione concreta per un nuovo modello produttivo e sociale di alternativa alla politiche neoliberiste.

E adesso entriamo nello specifico delle nostre cose. Il nostro sindacato ha sottoscritto un accordo il 30 novembre 2011 che impegnava le lavoratrici e i lavoratori ad un aumento di produttività (da 36 a 37 ore) in cambio non di aumento salariale, come sarebbe stato in passato, ma di una riduzione di dirigenti e quadri con la conseguente rinuncia ai supermini e benefit degli stessi. Sono passati due anni e non è cambiato nulla se non il nostro orario, e oggi tutto viene riproposto nuovamente con l’accordo del 22 novembre. L’azienda ha speso tanti bei soldini per l’assesment di dirigenti e quadri, ma di questa valutazione non abbiamo traccia, solo il fatto che abbiamo pagato ben due società. Forse erano quelle suggerite dai dirigenti Atac che hanno portato i soldi a San Marino per pagare meno tasse e costruire le società poi utilizzate dall’azienda? Io a queste domande voglio trovare delle risposte. E se non lo fa il sindacato che rappresenta i nostri interessi, chi altri lo deve fare? Dobbiamo pretendere che si faccia piena luce su tutti gli scandali che hanno coinvolto Atac, perché è ora di voltare pagina.

QQQuali sono le premesse che oggi ci inducono a dire che le cosse sono cambiate? Il confronto è sempre con gli stessi dirigenti e perché oggi dovremmo dargli credito?

In una parte del contratto c’è scritto “che le parti condividono di replicare, in via eccezionale, per gli operatori di esercizio, gli incentivi previsti dal verbale di accordo del 2 agosto 2012 dal 1 dicembre fino al 28 febbraio 2014”, tradotto in modo spiccio vuol dire che al personale di movimento verrà pagato lo straordinario di 5 ore se supera le 2.40 ed in più un’indennità di servizio di 100€ lordi per piena presenza, cioè deve stare sempre in salute e non utilizzare la 104. Per esperienza sappiamo che nel nostro paese tutte le cose eccezionali diventano normali, e la parola replica conferma questa cattiva abitudine. Infatti la replica di un atto nel nostro caso, vuol dire che esso è già avvenuto. Allora non è più un fatto eccezionale, è un fatto normale. Anche le parole nel nostro paese stanno perdendo il loro giusto significato. Io a differenza del personale di movimento che anziché considerarmi collega e lavoratrice di questa azienda mi percepisce come un corpo estraneo e inutile, vorrei dire che sono d’accordo nel riconoscere loro un maggior compenso per il lavoro stressante e i turni di guida. Aggiungo, però, che questa modalità mette l’ennesima toppa alla nostra cronica mancanza di personale del movimento e soprattutto ci impedisce di essere uniti come lavoratori nel chiedere il rispetto del nostro orario a favore di un giusto rapporto qualità lavoro/vita. In questo modo affermiamo che ognuno si sistema il proprio orticello, e lo straordinario diventa ordinario. Ma non dovevamo batterci per condizioni di lavoro più umane? Non dovevamo lavorare di meno per lavorare tutti?

Lasciatemi adesso gli ultimi minuti per il mio grido di dolore che, a differenza della Quintavalle non viene esibito attraverso i media, per l’umiliazione subita in questi ultimi anni dall’arroganza e dallo strapotere della politica. Umiliazione perché gli 850 nuovi assunti non solo erano inutili ma hanno calpestato la dignità e le prospettive di coloro, che come me, hanno investito fortemente sul lavoro. E l’altro altrettanto grave è che questo continuo e inutile  cambiamento ha significato per molti di noi ricominciare sempre daccapo, fino ad indurci a sentire nei confronti del nuovo arrivato una sorta di apatia e indifferenza. E questo insieme all’umiliazione io lo trovo di una gravità assoluta. Potremo mai porvi rimedio? Quali sono gli strumenti per misurare questo malessere? Io non ne conosco. Sento forte però il bisogno di poter lavorare con felicità e liberarmi da questo senso di impotenza.

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One Response to Assemblea sindacale a Prenestina: un intervento

  1. Flavio says:

    Gli 800 e più assunti per chiamata diretta e senza competenza che determinano la saturazione dell’organico in ATAC calpestano la dignita dei 115 interinali ATAC che dal 2011 si sbattono alla guida dei bus ATAC e permettono la fruizione delle ferie al personale viaggiante…davanti all’indifferenza del COMUNE, DIRIGENZA E SINDACATI ATAC…E QUESTA SAREBBE MERITOCRAZIA ??