ATAC, una nuova strada è possibile

ideeinmovimento domino

Riceviamo e pubblichiamo

Atac, per gli studenti che hanno visitato i nostri impianti, non è l’acronimo che indica l’azienda del trasporto locale di Roma, ma Arrivi Tardi A Casa. Potenza evocativa della creatività giovanile.

Quando un disservizio diventa senso comune diffuso nella percezione degli utenti, la politica dovrebbe andare alla radice del problema, una volta per tutte. Andare alla radice, dunque sradicare dal profondo le cause che fanno ormai di quel disservizio un dato strutturale che si ripercuote nella qualità della vita dei cittadini della Capitale, dei turisti che la visitano  e dell’immagine che di se stessa Roma trasmette nel mondo.

Il disservizio, permanente e strutturale, è una delle due facce della medaglia dell’azienda. L’altra è descritta a giorni alterni nei quotidiani nazionali, ma anche ormai in qualcuno di quelli europei, col nome di “parentopoli”. Espressione che indica differenti situazioni, che ha diversi protagonisti, ma che risulta efficace per il fatto di indicare un fenomeno divenuto anch’esso strutturale come il disservizio, e cioè l’occupazione dell’azienda da parte della politica. E la politica di cui stiamo parlando non è quella del merito, della corretta gestione della cosa pubblica, del protagonismo di esperienze e competenze, della distinzione degli ambiti e delle responsabilità, bensì l’altra politica, divenuta ormai dominante in tanta parte del paese e che sembra avere, da alcuni anni, Roma come proprio epicentro. E’ la politica che, chi come me lavora in Atac da diversi anni, conosce bene ed è costretta a subire, la politica dell’occupazione di ogni spazio aziendale, delle figure apicali promosse per obbedienza e mediocrità. Questa politica non ha, non può avere, una visione strategica dell’azienda e del suo risanamento e rilancio. Semplicemente per il fatto che, a questa politica, serve ed è funzionale un’azienda così priva di identità e di autonomia.

Naturalmente esistono delle eccezioni, anche nei vertici dirigenziali, ma non fanno appunto la regola. La parte più sana sta in basso ed è costituita da una moltitudine di lavoratrici e lavoratori che hanno esperienze che vengono trascurate, competenze inutilizzate, che attendono disposizioni che non arrivano e che comunque sono prive di un disegno aziendale complessivo. Sono lavoratori e lavoratrici in grado di compiere quelle mansioni che viceversa da anni si è scelto di esternalizzare a società che, come tante scatole cinesi legate a doppio filo ai partiti di turno, hanno finito per essere una delle cause del disservizio a costi aziendali vertiginosamente aumentati. Sono anche lavoratrici e lavoratori che hanno visto, spesso con il disarmante assenso dei sindacati, ridursi progressivamente la qualità dei loro diritti, l’efficacia dei loro contratti, con l’aggravante di veder ricadere su di loro, per il demerito di una piccola minoranza che non ha maturato alcuna coscienza aziendale, il discredito di lavativi e fannulloni. E’ invece su questa parte sana, largamente consolidata nel corpo aziendale, che un management lungimirante e avveduto dovrebbe puntare per giocare le carte del risanamento e del rilancio del trasporto pubblico.

Ma questo rilancio, se pur ci sarà, dovrà necessariamente passare per un’opera di moralizzazione della politica, che resta il committente diretto dell’azienda e, a leggere le cronache di queste ore, dello stesso sindacato. Quel che mi ha colpito nel leggere le prime reazioni di diverse sigle sindacali alla decisione del direttore generale di Atac di consegnare alla magistratura un dossier sui permessi sindacali è la mancanza di una risposta di trasparenza. I permessi sindacali sono una conquista dei lavoratori, servono a verificare la gestione e il controllo dei loro diritti. Ma questa conquista si tramuta facilmente in privilegio ogni qualvolta si compie un abuso e toccherebbe in primo luogo proprio al sindacato impedire che ciò avvenga, e ad un’azione che riconduca a chiarezza del fenomeno il sindacato dovrebbe essere interessato più di ogni altro. Se la gestione del capitolo dei permessi sindacali è in ordine non avrà nulla da temere, ma se è degenerata sia il sindacato stesso a mutare immediatamente strategia, garantendo il controllo al proprio interno, come avrebbe dovuto fare nel caso di dimostrasse, come c’è purtroppo da temere, che il fenomeno non solo esiste ma sia esteso e ramificato. Un indebolimento del sindacato non fa gli interessi né dei lavoratori né dell’azienda, ma una compromissione dello stesso sindacato con pratiche di favoritismi e privilegi di nicchia segnerebbe la sua semplice inutilità al lavoro di ricostruzione di un bene comune come il trasporto pubblico. Sono questioni che esistono e che vanno affrontate, appunto, alla radice. Come occorre andare alla radice per porre nel giusto modo dove e come collocare, una volta per tutte, il campo del trasporto a Roma.

Come dimostra l’esperienza delle grandi capitali europee, nelle quali la mobilità brilla quasi ovunque per efficienza, il campo è quello della dimensione pubblica del trasporto. Per finalità, per gestione, per investimenti. Ciò non solo non impedisce ma anzi sollecita e stimola forme di interazione con il privato, dentro una strategia non solo chiara nelle differenti responsabilità, ma anche stabile nel tempo. Non c’è un tempo per il pubblico, quello dell’azienda da risanare, e un tempo per il privato che l’acquista una volta risanata. Questo abbiamo sentito in campagna elettorale, ed è una furbizia di respiro corto. Tra alcune ore Roma avrà un nuovo sindaco ed è bene che, chiunque sia, abbia la consapevolezza che la partita della sua credibilità si gioca a partire dalla mobilità. Alcuni lavoratori e lavoratrici, io tra questi con diversi altri, da tempo chiedono un’interlocuzione non per i propri destini personali ma sul merito del destino aziendale e sul contributo che possono dare, ognuno al proprio livello di responsabilità e senza confusione di ruoli. Nessuno, in passato, ha dato loro credito. Con la nuova dirigenza un discorso si è finalmente avviato. Ora tocca alla politica, se saprà riemergere dal vicolo cieco dove ha collocato in questi anni se stessa.

Be Sociable, Share!
This entry was posted in Senza categoria. Bookmark the permalink.

Comments are closed.