Meno dispotismo manageriale, maggiore centralità dell’uomo

E’ quasi una strada obbligata: se vogliamo restituire centralità al lavoro per dare ossigeno all’economia nazionale, è necessario irrobustire la coscienza sindacale. Intere generazioni sembrano distratte, per nulla motivate. Sono refrattarie a quello spirito di servizio che è alla base della cultura sindacale. Credono che “altri” debbano coltivare e difendere i loro stessi diritti, ma con questa abdicazione privano il Sindacato di forze giovani, di nuove energie, nuove idee, nuove proposte.

Si tratta di un’apatia che non porta da nessuna parte. Anzi, torna come un boomerang sugli stessi lavoratori, da qualche tempo presi di mira da manager (chiamiamoli così) davvero poco illuminati e tutti protesi verso l’affermazione dell’utile aziendale e tutti rapiti da strane, singolari leggi di mercato, che hanno portato il Paese sull’orlo della bancarotta.

Strada obbligata per superare questo periodo di difficoltà non è certo l’abolizione o la revisione dell’art. 18, né altre scorciatoie a spese dei lavoratori, ma la riappropriazione del Sindacato di tutte le sue componenti, soprattutto quelle giovanili che vivono di rendita nella difesa dei diritti che ancora restano, ma che non sono per nulla motivate nell’impegnarsi a dare un proprio contributo in uno spirito di solidarietà e di partecipazione.

Negli ambienti di lavoro, purtroppo, non si respirano più i fermenti di sostegno reciproco che hanno portato alla protezione dell’occupazione e alla progressiva affermazione di diritti irrinunciabili. Si registra, invece, un’aria di stanchezza e di sfiducia e tutto si comincia ad accettare dal versante aziendale quasi sia oscura forza del destino. Ci si sente soli, abbandonati e si lasciano prevalere gli egoismi. A nessuno viene in mente che questi atteggiamenti rappresentano soltanto l’anticamera della decadenza di quei valori costruiti nel tempo e che hanno consentito ai lavoratori di esprimersi al meglio proprio perché difesi e protetti.

Ma se questo è, il Sindacato deve piegarsi su se stesso. Deve studiare e risolvere il problema dell’apatia di intere generazioni. Deve adeguarsi al loro linguaggio, ai loro moderni strumenti della comunicazione, alle loro esigenze immediate e future. Deve, in sostanza, rifondarsi, favorendo la partecipazione di tutti senza lasciare alcuno per la strada. Deve coinvolgere i lavoratori facendo leva sui valori umani che nessuna tecnologia, ancorchè innovativa, potrà mai sostituire. Occorre, cioè, fondare un nuovo Umanesimo, con al centro l’uomo e il lavoro, perché soltanto la presenza di una forza-lavoro qualificata responsabile e consapevole è la condizione necessaria per lo sfruttamento delle tecnologie innovative e, dunque, per una crescita di lungo periodo.

Le porte del Sindacato sono aperte e l’apporto di tutte le generazioni di lavoratori è quanto mai d’obbligo in una fase difficile e incerta della vita del Paese. I nuovi innesti  rinvigorirebbero la componente Lavoro e favorirebbero relazioni adeguate ai tempi, scandite sempre nella difesa dei diritti e nell’espletamento dei doveri .

Senza questi innesti saranno ulteriormente destabilizzate le basi collettive tradizionali del sindacalismo, già minate da varietà di tecniche di partecipazione e coinvolgimento, dall’utilizzo di decine e decine di contratti di lavoro atipici, dall’introduzione di non sempre perfette strategie organizzative e soprattutto da un inasprimento di atteggiamenti di manager e datori di lavoro.

Spetta a tutti i lavoratori, nessuno escluso, aumentare il senso di soddisfazione lavorativa attraverso una maggiore autonomia responsabile e una più incisiva partecipazione alla vita associativa per introdurre riforme positive nella gestione dei rapporti di lavoro in nuove organizzazioni aziendali.

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