Sogno d’estate

Sono capitato per caso in un giorno di mezza estate. La città era avvolta da una cappa di caldo e le strade stranamente pullulavano di mezzi di ogni tipo. La macchina l’avevo lasciata in periferia, in un parcheggio multipiano, comodo da raggiungere, ma sopratutto accogliente per la presenza suggestiva di negozi e servizi di ogni genere. A fianco c’era pure un’area asfaltata per sistemare la vettura, ma d’istinto ho preferito custodirla al coperto. Prezzo: pochi spiccioli per tante ore. Uno schiaffo di povertà a quegli esosi che gestiscono i parcheggi agli aeroporti o vicino alle stazioni!

Uscito dal multipiano ho provato imbarazzo nello scegliere il mezzo per arrivare al centro. Autobus di linea si alternavano al capolinea con una velocità supersonica, mentre nell’altra corsia i taxi erano colpi di mitra a ripetizione, con a bordo professionisti gentili, cortesi, per nulla tentati di giocare all’oca quando dovevano raggiungere la meta richiesta dal passeggero. Inutile aggiungere che le tariffe praticate erano tra le più misere del mondo, quasi a dimostrare che nei tassisti prevaleva lo spirito missionario e non il bieco bisogno materiale del campare quotidiano.

Sotto il piazzale, la metropolitana. Una segnaletica perfetta e vistosamente osservabile ti indicava le ventuno linee perfettamente funzionanti e tutte identificabili con le lettere maiuscole del’alfabeto italiano. Niente colori, per consentire anche ai daltonici di orientarsi senza sforzi. Potevi raggiungere ogni punto della città, periferia compresa, con la capillare rete del metrò, che qui erano tutti maglev, cioè treni a lievitazione magnetica che superano i 500 kilometri/ora senza toccare i binari. Inutile dire che la frequenza era maniacale e gli spostamenti da una stazione all’altra concorrenziali con i lampi. Anche per questi mezzi i costi erano molto contenuti: il biglietto era utilizzabile, anche in superficie, in maniera integrata, per tre ore.

Autobus, taxi, metropolitana… mancava solo una piazzola per elicotteri. Volendo potevi anche noleggiare motorini e biciclette senza timore di essere investito, perché ogni strada aveva più corsie, ognuno riservata alla diversa tipologia di veicoli.

Quel giorno avevo tempo a disposizione e volevo ammirare la città. E così salii su un bus. Che eleganza, che confort! Il biglietto mi venne consegnato da un’avvenente  hostess, che mi accompagnò sulla poltrona contrassegnata dal numero del ticket con un sorriso che folgorò la mia attenzione. Non c’era un solo passeggero in piedi. Tutti comodamente seduti, con possibilità di estrarre dalla sacca dello schienale che stava di fronte tre giornali e un tablet dell’ultimo ritrovato di questa frenetica tecnologia che tutti prende e nessuno trascura.

Una voce suadente annunciò la partenza e indicò l’arrivo alla prossima fermata con precisione svizzera. Subito dopo, la hostess volle offrirmi una bibita per dissetarmi in quella afosa giornata di mezza estate e non ebbi neppure il tempo di sorseggiare la bevanda ché l’autobus aveva già fatto dieci fermate, senza mai uno scossone o una frenata d’impeto.

La comodità e la cortesia mi presero quel giorno e fui quasi indeciso dallo scendere dal mezzo pubblico per sbrigare le mie faccende private. Prevalse il dovere. Scesi dal bus senza fretta e senza frenesia e mi trovai in strada. L’asfalto era bollente. I piedi sembravano pezzi di carne in ebollizione in cucina. La realtà mi travolse. Mi trovai in un ingorgo umano, tra un caos di vetture. Clacson assordanti scoppiettavano in ogni dove e la rozza voce di tassisti e automobilisti si levava in alto, tra rudi gentilezze e cortesi indicazioni… stradali.

Il mio era stato un sogno e la hostess una irreale fatina che non voleva lasciare il suo posto a mia moglie che ripetutamente mi strattonava e trascinandomi mi ricordava che dovevo pagare il mutuo della casa, la rata della macchina, la polizza dell’assicurazione, luce, gas, ricariche ai cellulari di famiglia e dello stipendio, a metà mese, non c’erano che briciole. Troppe erano solo le minacce di riduzione del personale, il rischio della cassa integrazione, lo spauracchio della mobilità, lo spettro del licenziamento.

Il sogno era finito e mi trovai come un ebete nella città di Roma, la mia città, la capitale d’italia caotica, disordinata, con prepotenze private e inesistenze pubbliche, bombardato da provvedimenti insensati e annunci scriteriati, da invisibili gocce di pianto della nuova ministra del lavoro di turno e divinazioni precoci di artici banchieri, che non usano i numeri, ma li danno!

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